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Il 5′ check-in, lo strumento per gestire l’ansia

Questo strumento è stato ispirato da Bo Forbes, psicologa americana e insegnante di restorative yoga.

Esso può sembrare strano ma il check-in è lo strumento più importante per la gestione dello stress. È così semplice che non sembra essere dello yoga. Generalmente, lo yoga significa posizioni, respirazione, meditazione. Ma la bellezza del check-in è che potete usarlo senza avere bisogno di un certo livello fisico.

Chiunque può usarlo: bambini, atleti, anziani e anche dirigenti!

La ripetizione di questo esercizio permette di prendere coscienza delle nostre tensioni fisiche ed emotive prima che si trasformino in ansia, depressione o dolori cronici.

Clicca sul link sotto per scoprire la video!

Il check-in

15 cose per migliorare la tua autostima e le tue relazioni

Ron Luyer ha evidenziato una lista di 15 cose che puoi fare per migliorare la tua autostima e le tue relazioni

Hai il potere di scegliere di “fare fronte” e di domandarti quali primi passi potresti fare oggi. È possibile per te intraprendere ciascuno dei seguenti comportamenti già adesso.

1. Dire la tua verità.
Lascia a te stesso e agli altri sapere qual è la tua verità.

2. Diventa consapevole che sei tu che scegli per te stesso.
Accetta la responsabilità di tutto ciò che ti accade nella vita. Sappi che solo tu puoi renderti un « essere completo ».

3. Cerca un livello di coscienza più profondo.
Leggi, discuti, medita, immergiti in attività che ti aiutino a diventare consapevole dei tuoi vecchi programmi e dei livelli più profondi del tuo essere.

4. Permettiti di sentire.
Permettiti di sentire te stesso e vivi i tuoi sentimenti invece di lasciarli dominarti o addormentarli. Capire che tutte le emozioni sono accettabili, ma non tutte le azioni.

5. Lascia perdere il biasimo e … il giudizio:
Nessuno è colpevole. É meglio cercare di capire ciò che accade e qual è il tuo contributo. Prendi il tempo di ascoltare e di chiarire il punto di vista dell’altro prima di difenderti, di montare in cattedra o di opporti.

6. Cerca di non ferire gli altri in modo consapevole.

7. Prendi il tempo di capire quale persona tu vuoi essere.
Costruisci una motivazione per il tuo futuro invece di essere spinto in avanti dal tuo passato.

8. Cambia con attenzione le tue convinzioni limitanti.
Non aspettare che le esperienze « dolorose » cambino le tue convinzioni su te stesso. Trasforma adesso le convinzioni che ti limitano in convinzioni positive.

9. Affermati serenamente.
Sii cosciente dei tuoi limiti e dei tuoi bisogni. Esplora alternative e lascia perdere “avere ragione“ o “vincere“.

10. Sii il più possibile sincero e autentico.

11. Sii in contatto con il tuo corpo, la sua sagezza e i messaggi che ti manda.

12. Ricerca un senso o uno scopo più alto nella tua vita.

13. Tratta la tua evoluzione, il tuo sviluppo personale e la tua vita interiore con rispetto, gioia e pazienza piuttosto che con giudizio e paura.
Capisci che hai da imparare dalla tua parte interiore e che non hai niente da rifiutare nel tuo essere.

14. Dare per dare.
Dona te stesso ogni giorno alle persone, ai luoghi, alle cose che ami. Dona il meglio di te stesso agli obiettivi che vuoi raggiungere. Non aspettare che siano gli altri ad amarti, a rassicurarti, ad accettarti, ad essere d’accordo con te. Comincia ad essere chi vuoi essere adesso.

15. Ridi un po’.
Certe cose sono troppo importanti per essere prese al serio.

 

 

Segnali di un atteggiamento difensivo

Ron LUYET e Thompson BARTON hanno creato una lista di 35 atteggiamenti che usiamo come meccanismi di difesa.

Quali sono gli attaggiamenti che usate voi e in che modo siete un vero esperto nell’uso di questo meccanismo?

1. Perdita del senso dell’umorismo.
2. Sentirsi offeso, ferito.
3. Tensioni fisiche.
4. Perdita delle proprie capacità intellettive.
5. Volere avere ragione.
6. Volere avere l’ultima parola.
7. Portare troppe informazioni per rinforzare un argomento.
8. Spiegazioni senza fine e razionalizzazione.
9. Fare la vittima: «oh povero me! ».
10. Impartire lezioni e predicare.
11. Rigidità.
12. Diniego.
13. Chiudersi nel silenzio assoluto.
14. Cinismo.
15. Essere critico, sottolineare quello che non va.
16. Mostrare quanto siamo unici.
17. « É il mio carattere, non ci posso fare nulla. »
18. Non voler negoziare, non voler concedere niente.
19. Biasimare, accusare qualcun altro.
20. Malattia improvvisa o incidente.
21. Confusione.
22. Sentirsi improvvisamente stanco o avere voglia di dormire.
23. Intellettualizzazione.
24. Fare l’idiota.
25. Excentricità.
26. Essere troppo gentile.
27. Sordità selettiva, sentire soltanto quello che voglio sentire.
28. Attacco (la migliore difesa è l’offensiva).
29. Avercela con gli altri.
30. Essere triviale utilizzando l’umorismo.
31. Ridere o sogghignare in un modo inappropriato.
32. Imbronciarsi.
33. Blocco o repressione degli affetti.
34. « Non lo so, lasciami tranquillo » (difesa di essere cosciente).
35. Essere in uno stato di dipendanza: alcool, droga, sesso, cioccolato, lavoro, contatti, shopping, gioco,…

 

 

I meccanismi di difesa

Le difese, i meccanismi di protezione che falsificano la realtà secondo Will Schutz

I meccanismi di difesa entrano in azione con modalità al di fuori della sfera della coscienza: di fronte ad una situazione che genera eccessiva angoscia, ad esempio, agiscono per fronteggiare l’estrema portata ansiosa dell’evento, con lo scopo preminente di escludere dalla coscienza ciò che è ritenuto inaccetabile e pericoloso.

Questi sentimenti sottostanti riguardano l’immagine del sé e particolarmente gli aspetti giudicati come negativi dalla persona.

Quindi, questi meccanismi di difesa prottegono la persona impedendo un riconoscimento cosciente dei sentimenti a proposito di sé stesso.

Così i meccanismi di difesa falsificano la realtà.

Per natura, il sentimento dietro la percezione rimane incosciente e, nella maggior parte dei casi, diventa un ostaccolo quando, per esempio, bisogna cooperare con gli altri.

In altre parole, il sentimento incosciente crea delle interferenze nelle relazioni con gli altri.

Proteggersi da questi sentimenti offre soltanto una tregua temporanea.

Riassumendo:

  • Le difese non hanno lo scopo di proteggerci dagli altri. Sono destinate a proteggerci da noi stessi evitandoci di sentire i nostri sentimenti di debolezza personale.
  • Il modo migliore per proteggersi da loro è di autorizzarsi a sentirle.
  • Le difese esistono perché ci hanno protetto quando, molto giovani, eravamo incapaci di “fare fronte”.
  • Le difese sono basate sulle paure.
  • Offrono solo tregue temporanee.
  • Sono insaziabili.

 

 

Il concetto di Sè di Will Schutz

Il successo di ogni comportamento umano si basa, tra l’altro, su ciò che si prova nei confronti di sé stesso, del concetto di sé.

La mancanza di fiducia in sé stesso blocca la piena realizzazione dei nostri obiettivi personali e professionali.

La relazione con l’altro dipende molto da ciò che proviamo nei confronti di noi stessi. I problemi con l’altro si presentano quando egli crea condizioni che lasciano lo spazio al dubbio su di me.

  • Colui che non si sente preso in considerazione e si vede ignorato dall’altro può pensare: “perché lavorare solo per mantenere l’impiego, senza essere considerato o perché dire ti amo, se l’altro non mi risponde.”

Al contrario, è possibile, per chi si sente importante, dire ciò che si aspetta da parte dell’altro.

  • Messi da parte di un altro in una situazione che non ci sentiamo capaci di gestire, è possibile provare rabbia verso di lui e essere demotivati.

Al contrario, il fatto di sentirsi competenti, permette di accettare con piacere una sfida e di ringraziare l’altro per quell’opportunità di fare crescere le nostre capacità.

  • Chi non si sente apprezzato può ingannare la persona che non gli vuole bene o cercare di intrappolarla.

Viceversa, chi si sente simpatico non sarà toccato dai sentimenti negativi di un altro nei suoi confronti.

Quindi, una immagine di sé positiva favorisce la realizzazione dei nostri sogni.


I comportamenti nei confronti di sé stesso:

Per quanto riguarda il concetto di sé, le dimensioni sono:

          • Presenza a sé stesso;
          •  Determinazione di sé;
          •  Autocoscienza.

Esistono in parallelo alle dimensioni di inclusione, di controllo e di apertura.

  •  Presenza a sé stesso:

Questa dimensione ha a che fare con il fatto di usare tutte le parti di in tutte le situazioni: i propri pensieri, sentimenti, movimenti, le proprie sensazioni.

Non sono totalmente presente a me stesso quando smetto di pensare oppure rifiuto i miei sentimenti, quando non sono consapevole delle mie sensazioni oppure non uso il mio corpo e i miei muscoli: quando faccio questo, rifiuto tutto o parte dell’esperienza che sto vivendo. Essere presente significa mettersi completamente nelle situazioni, fare quello che facciamo con tutto il nostro essere, essere pienamente vivi.

Una presenza debole può manifestarsi per il fatto di essere distaccato da quello che accade o di pensare ad altre cose.

Una presenza troppo forte può manifestarsi con la perdita del senso di sé stesso. Significa identificarsi totalmente con quello che osserviamo o con quello che facciamo.

Essere presente, vuol dire sperimentare quello che accade, ma non essere invasi da emozioni fino a non sapere più chi siamo o dove siamo. Significa essere capaci di essere intensamente presenti o intensamente distaccati o in una via di mezzo, a seconda di ciò che è appropriato.

  •  Determinazione di sé:

Influenzare me stesso significa « determinare la propria vita ». Questa dimensione si chiama determinazione di sé o scelta.

Sono pienamente nella determinazione di me stesso quando scelgo la mia vita intera: i miei comportamenti, i miei sentimenti, le mie malattie, il mio corpo, le mie reazioni, la mia spontaneità.

Non sono pienamente nella determinazione di me stesso quando lascio che la mia vita sia determinata dalle forze esterne a me stesso: la fortuna, la coincidenza, il destino, l’azienda, la società, l’ambiente, i miei genitori, la mia infanzia.

Essere troppo poco nella determinazione di sé stesso porta talvolta a comportarsi in modo tale che poi ci si possa dispiacere. Nei casi estremi, si tratta di comportamenti antisociali. L’alcool, gli eccitanti o i calmanti sono spesso usati in questo contesto.

  • L’alcool, per esempio, allenta il controllo e permette la libera espressione.
  • I calmanti aumentano il controllo e permettono di essere più calmi.

Essere troppo nella determinazione di sé può portare all’inibizione con la non-espressionne completa di se stesso, la rigidità e la non-spontaneità. Significa preferire di non accettare il rischio per paura di ciò che potrebbe accadare.

Essere significa fare ciò che abbiamo voglia di fare e smettere quando ne abbiamo voglia. Significa essere capace di essere completamente libero, completamente controllato o una via di mezzo, dipende da ciò che è appropriato.

  • Autocoscienza:

Aprirmi a me stesso signifca permettermi di conoscere ogni cosa che accade dentro di me. Quando mi apro a me stesso, sono consapevole. Questa dimensione si chiama “autocoscienza.“

Sono pienamente consapevole quando non censuro la mia esperienza perché non corrisponderebbe all’immagine che ho di me stesso. Essere aperto o sincero con se stesso ha a che fare con la buona conoscenza di sé stesso e con l’assenza di segreti nei confronti di sé stesso.

Quando una persona è poco consapevole di sé stessa, non si conosce bene. È difficile essere sinceri con noi stessi senza sapere chi siamo.

Essere troppo poco consapevoli di sé stessi porta ad avere comportamenti che non capiamo. Significa essere estranei a sé stessi.

Quando sono troppo consapevole di ciò che accade dentro di me, comincio a perdere contatto con il mondo esterno. Sono talmente preoccupato per me stesso e nell’introspezione che non presto più attenzione a ciò che è fuori di me (nel processo di consapevolezza, le persone attraversano spesso un periodo come questo, ma non vi rimangono ancorate).

Essere consapevole di ciò che accade in sé permette di avere una buona conoscenza di sé stesso, di essere lucido, sincero con sé stesso. È possibile essere completamente cosciente o completamente incosciente di ció che accade in sé stesso o una via di mezzo, dipende da ciò che è appropriato.

 


 

I sentimenti verso sé stesso:

Per quanto riguarda i sentimenti verso di sé, le dimensioni sono: importanza, competenza e simpatia.

  • Importanza:

Mi sento importante quando esisto ai miei occhi, quando considero di essere degno di interessamento e degno di essere conosciuto.

Non mi sento importante quando considero che Io non valgo granché, sono poco interessante, non ho valore.

  • Competenza:

Mi sento competente quando mi sento all’altezza nell’affrontare ciò che la vita riserva, in grado di usare le mie capacità per soddisfare i miei desideri e gestire i problemi che si presentano durante la mia esistenza.

Mi sento poco competente quando penso che “Io non posso affrontare le situazioni“.

  • Simpatia:

Mi sento simpatico quando mi sento bene con me stesso, così come sono: amo la persona che sono.

Non mi sento simpatico quando non amo la persona che sono.

 

 

 

 

Le dimensioni dei comportamenti interpersonali da Will Schutz

 

Dall’infanzia, ogni individuo agisce in tre aree comportamentali: inclusione, controllo e apertura.

Quando sono pienamente espressi, i loro lati positivi sono chiamati successo, potere e amore.

Comprendere ciascuna di queste dimensioni è una chiave per la comprensione del proprio comportamento e per sviluppare tutto il nostro potenziale.

  • Inclusione: 

L’inclusione è la dimensione che riguarda la capacità di avere soddisfacenti relazioni con gli altri.

“In certi momenti mi piace avere un sacco di contatti. Sono estroverso, mi piace uscire, mi piace fare le cose in gruppo, avviare conversazioni con gli sconosciuti.
In altri momenti, preferisco stare da solo. Mi piace stare tranquillo, sono più riservato, inizio raramente la conversazione, evito di uscire.”

Tu ed io siamo differenti per quanto riguarda il nostro desiderio di stare con altre persone o di essere da soli. Siamo anche diversi per quanto riguarda il nostro desiderio di essere in gruppo con altri o di evitare i gruppi.”

L’inclusione ha a che fare con i concetti di DENTRO e FUORI. La differenza sta nel quanto si desidera o meno stare con gli altri, “essere inclusi“.

  • Controllo:

É l’area che riguarda quanto controllo si desidera esercitare sugli altri.

“A volte amo fare il capo, dare ordini, assumere decisioni anche per gli altri.
Altre volte, preferisco non esercitare alcun potere e aspettare che siano gli altri a indicare ciò che mi compete.“

La differenza sta nel quanto si desidera stare SOPRA o SOTTO, nel grado di “controllo“ che si vuole esercitare o subire.

  • Apertura:

La terza area riguarda quanto si desidera essere “aperti“, vicini agli altri.

« A volte, desidero parlare dei miei sentimenti e dei pensieri più intimi, confidarmi.
Altre volte, preferisco mantenere relazioni impersonali. »

Ognuno di noi desidera sentirsi vicino a qualcuno. La differenza sta nel quanto, nel grado di “apertura“ verso gli altri che riusciamo ad esprimere. Questo ha a che fare con i concetti di VICINO o LONTANO.

Preferire questo o quel comportamento non è né bene né male. È soltanto utile conoscere la sua preferenza.  Infatti, la comprensione di noi stessi e degli altri è basata sulla conoscenza delle proprie preferenze comportamentali e di quelle degli altri. La comprensione delle motivazioni individuali e dei meccanismi alla base di ogni scelta personale e comportamento permette di aumentare l’efficacia personale, la qualità delle relazioni, le facoltà di adattamento.

Intelligenza collettiva

Trophées de l’innovation RESO SG 2011 – Catégorie: Nos collaborateurs

CONSTATAZIONI:

Oggi le aziende vivono nella complessità e nell’incertezza. In qualità di manager, non possiamo né gestire né controllare tutto.

Le domande quotidiane i dei manager sono generalmente le seguenti:

  • Come costruire dei riferimenti per i miei collaboratori?
  • Come motivarli?
  • Come accompagnarli nel loro sviluppo professionale?

    Più globalmente, le sfide di ogni azienda oggi consistono nell’avere la capacità di attirare i collaboratori migliori e di fare il massimo per tenerli. I migliori sono coloro che cercheranno nell’azienda il luogo in cui poter sviluppare il proprio potenziale.
    Secondo i livelli di motivazione di Maslow, questo potenziale include la motivazione e la sicurezza economica, ma anche il bisogno di appartenenza, di riconoscenza di sé e della propria realizzazione.
    Victor Franckel descrive anche il bisogno di “trovare un senso”. È proprio concentrandosi su questo “per cosa?” o “per chi?” che i nostri collaboratori si mobiliteranno e trascenderanno il loro quotidiano e anche le loro differenze.
    La depressione è il sintomo di una mancanza di senso e non l’espressione di un problema o di un malessere. Questa tensione verso il futuro permetterà ad ogni collaboratore di mobilitarsi e ad ogni attore di “tagliare la sua pietra, vedendo la cattedrale!”.

    SFIDE:

    In qualità di manager siamo la maggior parte delle volte esperti del nostro mestiere, “datori di ordini”; ciò suppone una logica dell’ordine e dell’ubbidienza da parte dei nostri collaboratori.

    I collaboratori sono la maggior parte delle volte concentrati sulla loro funzione, sulla loro tecnicità e sulle loro performance individuali. La dinamica può essere contrastata dalla “logica dei perimetri”. I collaboratori si considerano spesso dei rivali, mentre i competitori sono altrove e lo spirito di collaborazione dovrebbe prevalere.
    In qualità di manager siamo d’altronde in una logica di messa a punto e di controllo degli obiettivi che può avere come conseguenza:

    Obiettivo dinamico. Quando il manager e il collaboratore discutono degli obiettivi, più basso possibile per aumentare le sue chance di riuscita, il manager vuole invece stabilire l’obiettivo ad un livello più alto, per raggiungere traguardi aziendali migliori.
    Obiettivo statico. Ci sono maggiori probabilità di non superare l’obiettivo che motivi per superarlo.

    Il comportamento del manager con il team è la maggior parte delle volte “top down”, se non “top down – bottom up”, egli deve decidere ed arbitrare. Allora vi sono molti “non detti” tra il manager e i suoi collaboratori e tra gli stessi collaboratori.

    Il coaching individuale del manager e le azioni di team-building avranno per obiettivo di far passare la squadra da una logica di ordini e di ubbidienza ad una logica di corresponsabilità, con i collaboratori come imprenditori, capaci di lavorare allo stesso tempo in interdipendenza e in modo trasversale, in processi di riconfigurazione e di rinnovamento continui.

    L’azione di coaching avrà come obiettivo di unire il manager e i suoi collaboratori “nell’intelligenza collettiva”. A questo scopo, è necessario far passare i collaboratori da una “visione pillola” a una visione co-elaborata. Quest’ultima presuppone: una conoscenza reciproca, la condivisione di esperienze professionali e di competenze, un linguaggio comune, cioè uno scambio reciproco e un percorso comune che permettano di accordarsi su valori e obiettivi operativi.

    Condizione principale è la fiducia, ciò significa:

    - definire chiaramente le sfide per responsabilizzare le persone;
    - far prendere coscienza ai collaboratori della differenza tra il loro livello attuale e il loro livello potenziale, nella prospettiva della potenziale impresa e/o progetto;
    - far sentire loro, quando sono messi di fronte al loro potenziale, che si ha fiducia in loro e che saranno aiutati a mobilitare le loro risorse. Daranno allora il meglio di sè.

    Il manager sarà coinvolto dal coach per generare una dinamica di creatività, risoluzione di problemi, comunicazione tra persone, soddisfazione nel lavoro in squadra, la cui redditività è superiore alle metodologie e alle tecniche applicate dall’esterno.

    Il coach si assicura che il manager dia uno spazio agli altri: molto spesso crediamo che i collaboratori non vogliano e pensino di non potere. Il fatto di stabilire la fiducia crea una relazione e uno spazio che permettono alla volontà e alla creatività personale di emergere.

    Atteggiamento ottenuto dal coach: chiedere invece di imporre, ascoltare invece di parlare, dare spazio alle libertà, implementare le protezioni (le idee proposte saranno messe in opera e realizzate dopo esame), accordare fiducia all’energia potenziale e alla parte positiva delle persone.

    Il manager fa quanto è di sua competenza (gestire le relazioni esterne, ottenere dei mezzi, accompagnare, stimolare), invitando ognuno a dare quanto gli è possibile.

Come scegliere il proprio coaching a Milano?

Coaching, Coach, Milano
Audrey FAVREAU, Professional Coach a Milano

Come scegliere il proprio coaching a Milano?

Prima di tutto, il coaching si definisce come una partnership tra il coach e il cliente che, attraverso un processo creativo, stimola la riflessione, ispirandolo a massimizzare il proprio potenziale personale e professionale. Grazie all’attività svolta dal coach, il cliente è in grado di apprendere ed elaborare le tecniche e le strategie di azione che gli permetteranno di migliorare sia le performance che la qualità della propria vita.

Dopo questa definizione, se il coaching è sempre quello che cerchi, ecco ci le diverse domande che puoi farti in modo di scegliere il coaching e il coach il piú adattati a te.

Come scegliere il proprio coaching a Milano? Di che tipo di coaching ho bisogno?

  • del life coaching? Il life coaching è dedicato alle persone che vogliono sviluppare la fiducia in se stesso, raggiungere degli objettivi personali, imparare a gestire lo stress,….
  • del business coaching? Il business coaching è l’attività di coaching riferita allo sviluppo della vita professionale del cliente e il suo proiettarsi nel futuro per migliorare la sua posizione professionale in particolare rafforzare la leadership, maturare progressi di carriera, non ultima la performance quotidiana e le questioni che risultano dalla gestione degli impegni di responsabilità; in altre parole il successo nel proprio ruolo.
  • del executive coaching? L’executive coaching è rivolto all’ Alta Direzione ed i suoi diretti riporti.
  • del coaching per gli sportivi? Il coaching per gli sportivi aiuta gli atleti a sviluppare e mantenere lo stato mentale ideale per la performance.
  • o del team-coaching? Il team-coaching avrà come obiettivo di unire il dirigente e i suoi collaboratori “nell’intelligenza collettiva“ aiutendogli a condividere conoscenze, competenze, e anche un linguaggio comune, cioè uno scambio reciproco e un percorso comune che permettano di accordarsi su valori e obiettivi operativi.

Come scegliere il proprio coaching a Milano? Qual è formazione del coach?

  • Ha una formazione di coaching?
  • Ha la certificazione ICF?
  • Oppure sta svolgendo un programma di formazione per l’ottenimento della certificazione?

Che cos’è la certificazione ICF? La certificazione dell’associazione ICF (International Coach Federation) è una marca di professionalità. Le credenziali ICF sono qualifiche di coaching altamente riconosciute e hanno credibilità in tutto il mondo. L’ICF offre tre livelli di Credenziali : Associate Certified Coach (ACC), Professional Certified Coach (PCC) e Master Certified Coach (MCC). Ogni credenziale richiede un determinato numero di ore di formazione ed esperienza specifica di coaching.

Aver ottenuto una credenziale ICF dimostra:

  • che il coach ha uno standard professionale elevato.
  • un’elevata conoscenza e livello di abilità.
  • che il coach sta seguendo seriamente un percorso di sviluppo professionale.

Come scegliere il proprio coaching a Milano? Qual è l’esperienza del coach?

  • Qual è la sua specialità nel coaching o in quali aree specialistiche lavora più frequentemente?
  • Con quante persone ha già lavorato?
  • Quanti anni di esperienza ha?

Come scegliere il suo coaching a Milano? Qual è il metodo specifico del coach?

  • Come vengono condotte le sessioni?
  • Qual’è la frequenza?
  • Quale sono le tecniche che usa : PNL, analisi transazionale, approccio sul corpo…?

La durata della partnership di coaching varia in funzione dalle esigenze della persona o del team; può variare da un minimo di tre sessioni fino a un massimo di nove o dieci mesi. Per alcuni tipi di coaching mirato, può funzionare bene un periodo dai 3 ai 6 mesi di lavoro. Per altri tipi di coaching il cliente può trovare proficuo lavorare più a lungo con il coach. I fattori che possono influire sulla durata comprendono: il tipo di obbiettivi, il modo con cui le persone o i team amano lavorare, la frequenza delle sessioni di coaching, e le risorse finanziarie disponibili per sostenere il coaching.
Due tecniche principali sono usate dai coach : l’AT o la PNL. L’AT, Analisi Transazionale, è un metodo che partendo dallo studio delle transazioni umane, ossia dei rapporti di scambio tra gli uomini, offre alcuni strumenti pratici per risolvere i problemi di comunicazione che l’individuo sperimenta nelle relazioni interpersonali, con il partner, figli, amici, al lavoro e nelle più diverse circostanze. Il coach ti aiuterà anche a diventare consapevole dei giochi psicologici nelle tue relazioni interpersonali e del tuo copione di vita. Il copione sta proprio a sottolineare la tendenza inconsapevole dell’individuo a vivere le sue esperienze mantenendo una sorta di traiettoria obbligata, come se le sue scelte potessero esprimersi unicamente lungo binari limitanti il cui scopo risulta difensivo per l’integrità che l’individuo ha costruito, ma limitante rispetto alla possibile scoperta di nuove modalità, attitudini, modalità di relazione più soddisfacenti e appaganti. Con la PNL, programmazione neurolinguistica, l’idea centrale è che i pensieri, i gesti e le parole dell’individuo interagiscono tra loro nel creare la percezione del mondo. Modificando la propria visione (detta mappa del mondo, ovvero il sistema di credenze relativo a ciò che è la realtà esterna e a ciò che è la realtà interna), la persona può potenziare le proprie percezioni, migliorare le proprie azioni e le proprie performance.
Poi, quello che è molto importante al giorno d’oggi è che usi un approccio sul corpo aiutandoti a gestire lo stress e a liberare gli emozioni che ti limitano.

Come scegliere il proprio coaching a Milano? Quanto costa una sessione di coaching?

Il costo del coaching varia in relazione al tipo di coaching e al livello di esperienza del coach. Un’ora di life coaching o di mental coaching per gli sportivi costa da 60 a 150 euro più IVA. Per il Business Coaching, Executive Coaching o Team-Coaching, le tariffe sono personalizzate e dipendono dal tipo di richiesta dell’azienda. Il preventivo prevede colloqui preliminari per focalizzare fabbisogni e obiettivi specifici.

Lavorare con un coach richiede un impegno finanziario. Il rapporto di coaching implica una comunicazione chiara, ogni preoccupazione o questione finanziaria devono essere discusse all’inizio del rapporto di coaching e prima che l’accordo sia concluso.

Come scegliere il proprio coaching a Milano? Come voglio che le sessioni di coaching siano svolte?

  • Dal vivo? In questo caso, dovrai stare attenta a scegliere un coach che ha uno studio vicino al tuo lavoro o a casa tua.
  • A distanza tramite Skype o il telefono.
  • Oppure seguente le tue disponibilità dal vivo e anche a distanza.

Così potrai assicurarti che il coach che stai per scegliere ti permette di facilitare la vita.

Come scegliere il proprio coaching a Milano? L’ultima domanda a farsi: Mi sono datto la possibilità di scegliere il mio coach? In effetti, generalmente la prima sessione è gratuita e senza impegno. Quindi, non esitate a incontrare due o tre coach per stabilire “quello che senti a pelle”. La cosa più importante nel processo di selezione di un coach è di individuare una persona con cui puoi sentirti pienamente in sintonia e instaurare una solida partnership.

 

I 4 accordi

I 4 accordi di Don Miguel Ruiz interpretati da un Coach

Don Miguel Ruiz nel suo libro propone di esercitare su se stessi i quattro accordi per poter interrompere le convinzioni limitanti, quelle che sviluppiamo inconsapevolmente fin dall’infanzia e che distorgono la realtà facendoci a volte soffrire. Nella nostra società, abbiamo imparato come comportarci, cosa credere, cosa è bene e cosa è male. Abbiamo delle credenze che possono limitarci e che ci privano della gioia di vivere liberamente.

Oltre al mio articolo precedente sulle nostre convinzioni limitanti, vi propongo ora i quattro accordi di Don Miguel Ruiz, che sono un codice di condotta molto utile per trasformare rapidamente la nostra vita in una nuova esperienza di libertà, di felicità e di amore.

1. SII IMPECCABILE CON LA PAROLA

Le parole sono potenti. Per darvi un esempio della potenza e dell’impatto delle nostre parole, immaginate una donna intelligente e di buon cuore, che ama tanto sua figlia. Una sera, lei torna a casa dopo una giornata di lavoro particolarmente difficile, con un gran mal di testa. Vuole un po’ di pace e quiete ma la bambina canta e salta, non sapendo come la madre si sente. La madre arrabbiata sgrida la figlia : “Stai zitta! Hai una voce terribile. Smettila di fare chiasso!“

La verità è che la madre in quel momento non tollerava nessun tipo di rumore e non che la figlia avesse una brutta voce. Ma la bimba ha creduto a quelle parole e ha fatto un accordo con se stessa: non canterò mai più poiché ho una brutta voce.

Le parole sono potenti. Usatele nel modo giusto, per condividere l’amore e per dire solo ciò che realmente pensate. Cominciate da voi stessi. Essere impeccabile con la parola significa anche non parlare male contro voi stessi.

La parola è uno strumento che può distruggere ma anche costruire. Quindi non usatela contro di voi o contro gli altri. Parliamo poco, ma parliamo con sincerità per condividere l’amore e sviluppare i nostri punti di forza e quelli degli altri.

Nel contesto dei conflitti relazionali, la violenza delle parole può essere distruttiva. Le tecniche di comunicazione non violenta (metodo OSBR) ci aiuta a rendere il nostro discorso impeccabile. Questo metodo, sviluppato da Marshall Rosenberg, permette durante una sessione di coaching di aiutare un cliente, che ha delle difficoltà relazionali, ad avere una communicazione assertiva, generatrice di empatia.

Che cos’è il metodo OSBR?

Ci sono 4 passaggi fondamentali da seguire per facilitare la nostra communicazione e l’ascolto con il nostro interlocutore:

  • L’Osservazione oggettiva dei fatti per descrivere meglio ciò che si osserva (io vedo, sento, mi ricordo, immagino senza giudicare).
  • I Sentimenti che questi eventi creano in me (una emozione o un sentimento piuttosto che un pensiero).
  • L’espressione semplice ed onesta dei miei Bisogni e dei miei valori.
  • La precisa Richiesta di azioni concrete che chiedo all’altra persona.

2. NON PRENDERE NULLA IN MODO PERSONALE

Qualunque cosa una persona faccia, pensi o dica, è un suo problema, non nostro. Nulla di ciò che fanno gli altri è dovuto a causa nostra. Ognuno ha le proprie sue emozioni, opinioni e convinzioni.

Se qualcuno vi dice: “Sei troppo grasso”, non prendete personalmente la sua opinione. La verità è che quella persona sta reagendo alle sue proprie emozioni, opinioni e convinzioni. Ogni volta che qualcuno parla di voi in realtà parla di se stesso!

Smettendo di prendere le cose in modo personale ricevete un’enorme quantità di libertà. Non avrete più bisogno di sentirvi fiduciosi con quello che fanno o dicono gli altri. Vi fiderete solo di voi stessi per fare le scelte responsabili./p>

Potrete anche in questo caso utilizzare il metodo OSBR per capire i bisogni degli altri senza percepire la minima critica.

  • Osservazione: Ascoltate ciò che l’altro osserva (vede, sente, si ricorda, immagina) senza sentire le proprie valutazioni.
  • Sentimenti: Ascoltate come si sente su ciò che osserva.
  • Bisogni: ascoltate quello che l’altra persona ha bisogno o quali sono i suoi valori fondamentali.
  • Richiesta: ascoltate le azioni concrete che la persona vorrebbe vedere.

Così potete davvero ascoltare in un modo empatico. L’empatia può essere definita come la nostra presenza a quello che viviamo e ciò che l’altro vive.

Posso collegarmi ai sentimenti e alle esigenze del mio interlocutore seguenti 4 fasi:

  • Non fare nulla, stare vicino, avere fiducia nel fatto che l’essere umano ha la capacità di trovare la propria soluzione;
  • Prestare attenzione ai sentimenti e bisogni degli altri;
  • Riflettere i sentimenti e i bisogni degli altri;
  • Provare un rilascio delle tensioni oppure un rilassamento fisico nell’altro, spesso espresso da un sorriso.

3. NON SUPPORRE NULLA

Abbiamo la tendenza a fare supposizioni su tutto. Il problema è che poi le prendiamo per vere. Facciamo una supposizione, capiamo male, prendiamo la cosa in modo personale e finiamo per creare un dramma completamente inutile. Il modo per evitare di fare supposizioni è quello di fare domande. Assicuratevi che la comunicazione sia chiara. Se non capite, chiedete.

La mia soluzione: mi permetto di sentire, di vivere i miei sentimenti, piuttosto che lasciarli dominarmi. Sono in contatto con il mio corpo, la sua saggezza ed i suoi messaggi. Sono ben consapevole di ciò che sta accadendo in me, e posso tranquillamente affermare me stesso autenticamente.

Mi permetto di porre domande in caso di dubbio per capire la reazione degli altri, quello che vuole, quello che si aspetta.

E mi permetto di esprimere i miei veri desideri.

Abbiate il coraggio di chiedere ciò che desiderate! Gli altri hanno il diritto di rispondere sì o no. Allo stesso modo, quando gli altri vi chiedono qualcosa, è vostro diritto concedergliela oppure no.

Con una communicazione chiara, tutte le vostre relazioni cambieranno, non solo quella con il vostro partner. Non avrete bisogno di supporre nulla, perché tutto sarà chiaro. Questo è ciò che voglio io, quello è ciò che vuoi tu.

4. FAI SEMPRE DEL TUO MEGLIO.

In qualunque circostanza, fate sempre del vostro meglio, né di più, né di meno. Se cercate di fare di più, impiegherete più energia del necessario. Cercando di strafare, svuotate il corpo di energia, andate contro la vostra natura e ci metterete più tempo per raggiungere la meta. Ma se fate meno di quanto potreste, vi sentirete frustrati, vi giudicherete e aprirete la porta al senso di colpa e ai rimpianti. Ma ricordate che il vostro meglio non é mai lo stesso, può cambiare da un momento all’altro.

L’obiettivo è quello di trovare il giusto equilibrio.

Come fare? Ciò che è giusto per se stessi no dipende di uno standard. Alcuni giorni, fare del suo meglio è stare a letto. La peggiore trappola è la corsa alla perfezione.

Qui si tratta della questione di come controlliamo il corso della nostra vita. Di solito abbiamo troppo paura di abbandonarci, perché per noi è un segno di debolezza. La maggior parte delle persone credono in modo illusorio che il controllo sia indispensabile, che fosse pericoloso lasciare l’universo lavorare per se stesso. Invece, riconoscendo che tutto vada nella direzione di un miglioramento, si sente confortato e rafforzato.

Come lasciar andare? Come smettere di combattere? Semplicemente, come nel gioco del tiro alla fune, lasciar andare. Esso si libera dai suoi modelli di comportamento che ci spinge a voler controllare il corso delle cose e accettiamo quello che l’universo ci porta.

Però, c’è una differenza tra lasciare andare e rinunciare. Rinunciare è alzare le braccia al cielo e dire: “Non c’è speranza, è finita per me.” Lasciar andare è fare ciò che è più adattato alla situazione e poi se questo si dimostra inefficace, accettare di ritirarsi.

Mi piace pormi la domanda: se continuassi a non lasciare andare, cosa faresti? Così, mi rendo conto di ciò che non è buono per me e decido quello che è più adatto per me.

In conclusione, la vera libertà e di essere ciò che siamo veramente. I 4 accordi ci auitano.

È una sfida di ogni giorno. Questa sfida è il nostro dovere per non farci più controllare dalle nostre convinzioni.